Letture e riletture |
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impressioni o le proprie emozioni. |
28.2.09
Recensione di Massimo Morelli Diego De Silva, Non avevo capito niente Vincenzo Malinconico è un avvocato di Napoli di 42 anni, separato, che ha pochissimo successo nel lavoro e anche nella vita. Improvvisamente gli capitano un sacco di cose tutte insieme: attira l'attenzione di una collega molto carina e entra senza volere nel giro degli avvocati di camorra, per cui è seguito da una strana e indesiderata guardia del corpo. Il succo della storia è l'atteggiamento di Vincenzo che teorizza su tutto quello che gli capita, trovando il lato ironico anche alle situazioni più serie, come quando deve difendere un "becchino di camorra", uno che per mestiere fa a pezzi e smaltisce cadaveri. Questo tipo di riflessioni "alla Hornby" sono la tomba di centinaia di libri perché sembrano molto facili. Noi tutti abbiamo teorie strampalate sulla vita con le quali facciamo ridere gli amici in compagnia, perché non riempirci un romanzo e diventare ricchi e famosi? Che ci vuole, se ci è riuscito Hornby ci posso riuscire anch'io. E non ci riesce nessuno. Invece, sorprendentemente, De Silva ce la fa. Il romanzo è divertente e ben scritto. Grazie a chi me l'ha segnalato. Massimo Morelli 31.1.09
Recensione di moscafe Massimo Carlotto, Cristiani di Allah (con CD Audio) Un noir mediterraneo Algeri la bianca, perla dell'impero ottomano, metà del '500: Redouane è un Rais, il capitano di una nave corsara al soldo dei turchi. Ma il suo vero nome è un altro: perché Redouane è un ex-lanzichenecco che ha rinnegato la fede cattolica per poter vivere il suo amore proibito con un compagno d'armi. Corsaro rinnegato sodomita in cerca di una libertà difficile, in fuga dal Sant'Uffizio da una parte, dai giannizzeri del sultano dall'altra, in un Mediterraneo già moderno agitato da alleanze instabili e abiure di comodo, bandiere bugiarde e scorrerie sanguinose. Da leggere ascoltando la bellissima la colonna sonora. moscafe 29.12.08
Recensione inviata da Carlo Giuseppe Diana Dalla raccolta di racconti Il sogno di mia madre di Alice Munro (traduzione di Susanna Basso) "Una donna di cuore" Una tecnica che la Munro usa spesso sta nell'intrecciare tempi diversi del racconto, ricomponendoli ognuno attorno a un personaggio o a situazioni particolari. Il racconto è scandito in episodi (Jutland, Arresto cardiaco, Errore, Bugie) che si legano gli uni agli altri solo con l'evoluzione matura dei fatti narrati. Jutland è il fiume in cui D. M. Willens, un anziano optometrista, viene ritrovato morto all'interno della propria auto. La minuziosa descrizione della vita familiare dei ragazzini che hanno ritrovato il cadavere e che poi escono definitivamente di scena è leva letteraria con cui la Munro lega il lettore all'ambiente in cui prenderanno spessore i fatti successivi. Arresto cardiaco è il capitolo nel quale nascono i personaggi fondamentali del racconto: Enid e la signora Quinn, due giovani donne. Una assistente volontaria per un ex voto offerto al padre in agonia. L'altra, toccata da un brutto male, entra in scena già destinata a morire in poco tempo. Qui la Munro propone la svilente relazione tra il rancore verso la vita che abita la Quinn e la capacità o l'incapacità di accoglierlo dell'altra donna, quando addirittura non si tratti di un cinico e meditato conformismo di Enid dinanzi alle ultime necessità della moribonda. Estrema, com'è ogni verista rappresentazione del femminino proposto dall'autrice, quella relazione sembra intercettare due frustrazioni, due impotenze. In una si fa rancore e rabbia oggi liberate in forma di parola, testamento dei sentimenti inconfessati della Quinn. Nell'altra, Enid, la frustrazione per aver ceduto al ricatto paterno è passiva: sottomissione ai doveri caritatevoli, all'immagine di sé tanto diffusa tra la gente, fierezza di sua madre. Un'immagine alla quale Enid resta appiccicata e obbediente. Errore. Qui si legano i due capitoli precedenti. L'uomo annegato torna nel racconto attraverso una sorta di confessione liberatoria sul letto di morte, un carico che la Quinn affibbia a Enid. O è solo per infettare con le sue ultime parole velenose anche l'immagine del marito che ne esce assassino? In verità non si è mai certi di cosa davvero sia accaduto nel fiume Jutland. Saranno veri gli approcci sessuali del sig. Willens nei confronti della Quinn, reali le violenze subite da lei in modo silenzioso e senza apparenti resistenze? Enid è dubbiosa, come pure il lettore riguardo alla scena che racconta l'omicidio. Bugie. L'incertezza si fa regina nel finale. Il dubbio di Enid si risolve in assoluzione o in condanna della ormai defunta signora Quinn? Enid sceglie la vita e volge il dubbio in speranza. Prima ancora di credere o non credere, sceglie la vita: la propria, riscoprendo il desiderio per troppo tempo latitante in sogni osceni e improbabili rapporti sessuali, che oggi riconosce nell'osservare Rupert; quella degli altri, delle piccole figlie della defunta, dei parenti. La verità resta una sfumatura, ma c'è la certezza di una scelta. Un finale sul filo dell'eterna contraddizione fra un'etica astratta, forse a beneficio di nessuno (neppure la memoria della vittima ne uscirebbe onorata) e la necessità d'una vita che deve continuare. Soprattutto le giovani vite, quelle di chi non ha responsabilità e che un ottuso perseguimento, non della verità ma del suo contrappunto ideologico, avrebbe pesantemente compromesso. Carlo Giuseppe Diana 23.12.08
Recensione inviata da Elisa Moschino Domenico Cosentino, Meglio per tutti dare la colpa a me Tanti piccoli tagli, queste sono le poesie di Cosentino. Anche se definirle poesie è riduttivo: meglio micro-racconti, come suggerisce lo stesso autore. La poesia in Italia non vende, forse perché a scuola ci hanno sempre obbligati a leggerla. Poesie ormai lontane dal nostro modo di vivere, lontane dal pensiero dell'uomo moderno. Cosentino invece esce fuori dal seminato: urla rabbiose o dolci ninnananne, in questo libro troverete tutto. Queste pagine sono l'autore, le sue esperienze in una Napoli famelica, che lascia poche speranze. Una Parigi dura, fredda. Ricordi che tornano e fanno male. Sensazioni crudeli mai sopite. L'autore descrive il suo modo di vivere, persone che ha avuto la fortuna o spesso la sfortuna di conoscere e che hanno influenzato il suo presente. In lui vivo c'è però l'affetto familiare, l'amore, l'amicizia. Tutti sentimenti su cui fare forza nei momenti difficili. L'ho letto in un'ora. Mi ha trasmesso ansia, ma anche tanta voglia di fare. Risollevarmi dopo ogni batosta che la vita ci regala quotidianamente. Un libro che è anche sofferenza, odore di carta consumata, di lacrime mai versate. Elisa Moschino 20.12.08
Recensione inviata da Black Alberto Cola e Fabrizio Bianchini, Rotte clandestine Una raccolta di racconti, molto eterogenea per stile, tematiche, generi, curata da due tra i più promettenti ed elogiati scrittori emergenti italiani. Lo spettro narrativo è piuttosto ampio, tanto da costituire un buon esempio di vari generi letterari e dei rispettivi stili: horror, racconto d'azione, diario, racconto intimista, surreale, pulp, mainstream, denuncia sociale. Tra i temi trattati: l'eutanasia, la situazione delle carceri, la vendita di organi, la guerra, il tradimento, la morte, il suicidio. Un filo che lega fra loro storie altrimenti così lontane lo si può ravvisare nel dolore. È infatti il dolore, fisico, mentale, emotivo, morale, del ricordo, vissuto o immaginato, della separazione o della rinuncia, l'elemento che mi è sembrato più di ogni altro predominare o comunque non essere mai assente. Sia che si trattasse di una storia vissuta, di un fatto storico o di una narrazione fantastica o persino ironica. La bellezza del libro consiste nella qualità della scrittura, nella capacità di entrambi gli autori, seppur in maniere diverse, di evocare sentimenti e immagini, pur senza nominarli né descriverli. Stupisce, nel passare da un racconto all'altro, l'abilità con cui si possano sostenere (e a tali livelli) registri differenti e cambiare il proprio stile adeguandolo alle diverse forme narrative, nonché la ricerca e lo studio puntuale di notizie e informazioni che ha permesso la creazione di storie anche lontane nel tempo e nello spazio dalla realtà geografica e storica degli autori. Un buon libro che unisce il pregio della qualità e facilità di lettura delle storie con la cura per la forma linguistica. Black 26.11.08
Recensione inviata da Valeria Carboni Alberto Samonà, Il padrone di casa Il romanzo in pratica viene fuori dall'assemblaggio di dodici lettere che il protagonista scrive in altrettanti mesi dell'anno a un'amica di nome Anna. L'uomo cerca risposte e pone le proprie domande alla donna, ma la destinataria delle lettere resta in silenzio, mentre un ritmo circolare, evidenziato dalla mancanza di una risposta, contrassegna lo scorrere del tempo. La donna resta muta per tutto il libro, fino a quando, forse, si può incominciare a sentire la voce del "padrone di casa", il solo in grado di mettere ordine fra le mille altre voci che convivono nell'autore delle lettere. Nel libro, l'estensore delle lettere è dipinto come un ricercatore addentro agli studi esoterici, che però a un certo punto – complice una causa esteriore – si rende conto di come abbia beatamente trascorso tutta la propria vita nel sonno, nell'appagamento dei propri ego, ingigantiti anche dagli studi iniziatici, nonostante lo scopo di questi fosse in origine ben diverso e cioè di "liberazione". Il padrone di casa apparentemente non è un libro di esoterismo, ma sotto la forma della narrativa epistolare appare come un viaggio simbolico dentro di sé. Il punto di partenza è la condizione dell'uomo: il protagonista, infatti, pur conducendo una vita di successi intellettuali e sociali, sente un vuoto al proprio interno, condizione da cui incomincia la narrazione. L'ammissione con se stesso di questa privazione e insieme la comprensione di una possibilità contrassegnano le pagine del romanzo. Valeria Carboni 22.10.08
Recensione inviata da Carlo Giuseppe Diana Giampaolo Rugarli, Il buio di notte Protagonista è il poliziotto Mario Rossi alle soglie della pensione nella città di Milano. Il romanzo è costruito su di una particolare architettura del racconto, quasi a voler evocare la funzione formale e amministrativa della scrittura e della parola: l'allegato. Il poliziotto è chiamato a indagare sulla morte poco chiara del vescovo Monsignor Azimont, prelato a capo di una fondazione benefica ma che in realtà si occupa d'ogni tipo di affare, dal commercio di armi a quello di droga, al riciclaggio di cibi scaduti, ecc. Il singolare nome della organizzazione che vale un presagio è anche tono della amara ironia che serpeggia in ogni accadere del romanzo: "In Hac Lacrimarum Valle". Cuore del sistema d'affari e del racconto è una potente finanziaria dove il denaro arriva per essere reinvestito in ulteriori business. Tutti i personaggi ruotano attorno alla fondazione che, a guardar bene, è pretesto narrativo per mettere a nudo l'abiezione umana, fuori d'un impossibile patteggiamento retorico. Ogni passaggio è un "allegato" alle memorie che Mario Rossi va scrivendo nell'ultimo periodo di servizio presso il suo commissariato. I ricordi di gioventù s'intrecciano alle vicende del caso Azimont. Ma neppure lì si scorge un contrappeso alla miseria umana che il corso dell'indagine svela col progredire. Anche nel rievocare gli anni più fervidi della sua vita, Rossi annota sullo stesso registro disillusione, amarezza e abuso materiale e morale della buona fede e dei sentimenti altrui. Si potrebbe dire che sia il tradimento il vero protagonista: da come i diversi personaggi ne abusano fra loro, osservando quello del clero nei confronti degli stessi principi religiosi e umani su cui fonda. I tradimenti politici e amministrativi, poi, spiccano per la intrecciata complicità degli uni con gli altri a danno delle povertà più misere. Infine, anche l'amata Luisa che Mario Rossi non ha mai smesso di cercare, a volte nella pura fantasia, ha tradito. Lo ha fatto in modo così radicale che il suo nome ora indica un'altra persona. Un'altra Luisa congeda il lettore e infila una speranza nel buio di notte. Pregio letterario potrebbe sicuramente annotarsi per i diversi stili usati nella trascrizione delle rispettive memorie dei personaggi principali, indirizzate alla vittima Azimont, da lui sollecitate quando ancora in vita. I testi entrano in possesso di Mario Rossi il quale, a sua volta, li riporta come "allegati" alle proprie memorie. In verità gli stili non sempre riescono a stabilire una convincente conformità alla struttura caratteriale del personaggio estensore e del suo vissuto. Ma il tentativo, a volte anche riuscito, è già in sé pregio d'una scrittura che, se eccede la forma del romanzo, non si lascia confinare in quella del diario e propone un'articolazione molto varia di elaborazione letteraria, consentendo al linguaggio "parlato" di assumere forte dignità nel testo scritto. Il buio di notte può essere metafora quanto "In Hac Lacrimarum Valle", ma è anche una condizione periferica in cui diversi personaggi si rifugiano o tentano di farlo, come la vittima Azimont. È l'assenza di luce eccessiva, del bagliore centrale del potere che consente di riscoprire le stelle, una direzione, la speranza. È la risposta al cinismo disincantato, alla rassegnazione. Carlo Giuseppe Diana 26.9.08
Nick Hornby, A Long Way Down Questo mi è piaciuto molto. Quattro voci di altrettanti aspiranti suicidi costituiscono i pannelli narrativi di una storia che riserva parecchi momenti divertenti senza sforare nel grottesco, un assemblaggio stilistico interessante ma non artificioso, la capacità di presentare la realtà senza infiorarla e di esporne le fragili bellezze in modo implicito. In italiano è uscito per Guanda nella traduzione di Massimo Bocchiola, con la stupenda reinvenzione del titolo Non buttiamoci giù. Giulio Pianese, ovvero Zu
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