Letture e riletture


29.9.03
Precisazione inviata da Wu Ming 1 a GiallodiVino
Nessuno ha mai sospettato che dietro Q ci fosse Umberto Eco. Uno potrebbe fare tutte le ricerche possibili, fino ad esaurirsi, ma non troverebbe mai il documento originale, la versione di prima mano, l'ur-articolo in cui qualcuno effettivamente sospettava che l'autore fosse Eco. Esistono soltanto articoli in cui si dice che "qualcuno ha sospettato ecc.". Resoconti di terza mano insomma. Il bello è che la cosa cominciò subito: la prima recensione, uscita sul Messaggero 2 giorni dopo la pubblicazione (marzo '99) diceva già che qualcuno aveva sospettato che ecc. ecc. Quando, di grazia, se il libro era sugli scaffali da 48 ore? È come quando compri il n. 0 di una nuova rivista e ci trovi già le lettere dei lettori. La cosa fastidiosa è che la cosa si ripete all'estero: in ogni paese in cui esce una traduzione, i giornali scrivono che "in Italia si è addirittura creduto che il libro lo avesse scritto Umberto Eco". La verità è che basta leggere qualche pagina di Q per vedere che lo stile non ha nulla a che vedere con quello di Eco, e che le fonti d'ispirazione sono tutt'altre (principalmente Ellroy e Taibo II°). Altra cosa: Eco non ha mai pubblicato alcuna presa di distanza "sottilmente ambigua". Si è limitato a fregarsene, come abbiamo fatto noi. Non ha mai nemmeno nominato né noi né Q.
Preciso che non sto dando la colpa al buon Gialdinelli, che anzi ringrazio per quel che ha scritto su Q. Incolpevole, si è fidato dei resoconti dei resoconti dei resoconti ecc. :-)
Wu Ming 1

Aggiungo, a titolo di curiosità, il rimando a un articolo segnalatomi da Franco G. che parla più diffusamente di questa vicenda (o meglio, leggenda).
Giulio Pianese, ovvero Zu



22.9.03
Considerazione inviata da Franco Gialdinelli
Il re e il suo giullare di Margaret George e Q di Luther Blissett (alias Wu Ming) sono due libri già di per sé stessi assolutamente da leggere; se però consideriamo che il periodo storico coperto dalle due opere (1518 – 1555 Q, 1494 – 1547 Il re e il suo giullare) è praticamente lo stesso, allora leggere prima Q e poi Il re... diventa un'esperienza unica. Nel primo, che è propedeutico al secondo, si trovano indispensabili elementi per meglio comprendere il secondo e da questo si ha uno straordinario controcampo sul primo, con personaggi ed eventi che ricorrono, magari in luce diversa, e le vicende europee di Q viste con il già allora distaccato occhio inglese. In entrambi i casi la tecnica narrativa è quella della full immersion, facilitata dal taglio autobiografico dei romanzi: ci si trova così a compiere un avventuroso viaggio attraverso un’intera generazione di vita del Cinquecento, dal fango e sangue delle battaglie allo sfarzo delle corti reali, passando spesso anche per luoghi nascosti e privati.
In totale sono 1655 pagine, ma sono di quelle che mentre le scorri ti fanno venire voglia di consultare atlanti ed enciclopedie ed alle quali continui a pensare per un bel po' dopo che hai finito i due libri: un'esperienza che va al di là del momento della lettura, libri che fanno riflettere e insegnano. Viene da pensare che se nelle scuole la storia fosse un po' più raccontata che spiegata, forse non sarebbe divenuta quella materia ostica, noiosa, e purtroppo pericolosamente trascurata, che è oggi.
Franco G.



21.9.03
Lettura inviata da Franco Gialdinelli
Avevo appena, e un po' a malincuore, lasciato il fianco dell'affascinante e sconosciuto antieroe protagonista di Q, quando mi sono trovato a far da scudiero, anzi da giullare, ad un personaggio invece conosciutissimo: Sua Maestà Enrico VIII, Re d’Inghilterra e Francia, artefice dello scisma – a tutt'oggi in essere - della chiesa inglese da quella romana, della condanna a morte di S. Tommaso Moro, il sovrano dalle sei mogli, di cui due ripudiate e altrettante fatte decapitare; tutto ciò in Il re e il suo giullare, dell’americana Margaret George (traduzione di R. Rambelli), autobiografia del sovrano annotata dal buffone di corte Will Somers. Ovviamente si tratta di un'autobiografia immaginaria, per la quale l'autrice escogita il pretesto di un diario del re, recuperato dal suo vecchio giullare e da questo fatto avere ad una sua figlia illegittima, ma è così sorprendentemente ben curata e documentata (quindici anni di lavoro per un manoscritto originale di tremila pagine) da risultare credibile in modo sconcertante. L'opera ha infatti tutte le caratteristiche di un'autentica autobiografia, compresa la nuda umanità dell'autore nel raccontare, con disarmante candore, quelle che per lui sono vicende assolutamente normali, ma che a noi appaiono terribili malefatte, come nel trovarsi delle plausibili – sempre per lui – giustificazioni quando il senso di colpa si fa troppo pungente. La storia però è narrata così dal di dentro che nel senso di colpa rischia di incappare anche il lettore stesso, quando si rende conto di quanto in realtà sia facile, forse comprensibile per qualunque uomo, cadere nell'errore dell’abuso di un potere così assoluto come quello che aveva un re di quasi cinque secoli fa: viene da domandarsi se noi, al posto suo, saremmo stati capaci di non fare altrettanto.
Qui l’atmosfera è tutt'altra da quella di Q: non c’è nulla di eroico e ci si trova a stretto contatto con i fasti assurdi e gli sporchi intrighi della corte inglese, ma si tende, alla fine, a simpatizzare per quest'uomo pieno di contraddizioni, spesso crudele in modo infantile, ma capace comunque di amare davvero e anche di portare l'Inghilterra, con le sue scelte tutto sommato coraggiose e grazie anche ai suoi acuti consiglieri, ad uno dei momenti di massimo splendore e potenza, splendore e potenza che saranno poi ulteriormente esaltati anni dopo dalla sua figlia più famosa: la regina Elisabetta I. A conti fatti è difficile immedesimarsi nella storia di una vita così esclusiva e tormentata, ma è difficile anche non farsene intrigare, seppur come spettatori; e di intrighi, poi, ce ne sono a iosa e di quelli assolutamente succulenti! Commovente, in mezzo alle spesso pesanti critiche, l'affetto per il proprio re che traspare dalle poche note del giullare Will il quale, nonostante tutto, lo accetta per quello che è e che lui, grazie alla sua intelligenza, riesce a vedere: semplicemente un uomo, che però dà a noi la possibilità di viverci la realtà dal punto di vista di un re.
Franco Gialdinelli



19.9.03
Lettura inviata da Franco Gialdinelli
Dopo un lungo periodo di grossi cambiamenti personali, durante il quale avevo quasi smesso di leggere, ho ripreso in mano un libro che da un bel po’ stava sullo scaffale in attesa: Q di Luther Blissett, romanzo storico e picaresco d’ambientazione cinquecentesca. Era quello che ci voleva: i tumulti del neonato evo moderno e la tempesta del rinnovamento che in quegli anni coinvolse e squassò tutta l’Europa, sono stati la spinta giusta per disincagliarmi dalla secca letteraria in cui mi ero arenato.
Q è un’avventura di quarant’anni di vita, narrata in prima persona: quasi istantanea è la simpatia che si prova per il protagonista e subito conseguente l’immedesimarsi in lui, riconoscere come propri i suoi ideali, ammirarne la determinazione, incrollabile pur nelle più cocenti sconfitte, e l'umanissimo coraggio, e seguirlo nel suo straordinario viaggio tra Riforma e Controriforma, Luterani e Cattolici, guerre e rivolte contadine, in un susseguirsi incessante di episodi drammatici ed esaltanti.
Ci si trova così al suo fianco sulle mura della città tedesca di Münster, a combattere per la libertà dei contadini contro le truppe imperiali, si getta uno sguardo indiscreto tra i segreti e gli intrighi della Roma dei potenti cardinali, si vola fino alla lontana Istanbul, ci si ferma sulle coste atlantiche ad Anversa, si finisce tra le calli di Venezia, il tutto tra spie, banchieri, capitani di ventura, prostitute, predicatori e stampatori.
Il libro è uno di quelli che intriga sul serio, che quando lo si ripone sul comodino dispiace un po’ di essere troppo stanchi per continuare la lettura, di quelli verso i quali il pensiero, ogni tanto, scappa a ragionarci su anche durante la giornata di lavoro.
In più, oltre all’avvincente mistero di Q che fino alla fine non si svela, la sua grandezza sta nel fatto che si tratta di una godibilissima e trascinante, quanto eccezionalmente ben curata e documentata, lezione di storia.
Il romanzo, alla sua uscita nel 2000, finì al centro di una specie di caso letterario: sotto lo pseudonimo "Luther Blissett" si nascondeva un gruppo di autori (che attualmente scrivono invece firmandosi Wu Ming) che qualcuno sussurrava facessero capo a Umberto Eco, il quale pubblicò pure una specie di presa di distanza dalla cosa, ma in un modo così sottilmente ambiguo che più che chiarire le cose, al contrario, alimentò i già numerosi sospetti sul suo coinvolgimento.
In effetti, c’è da pensarci: la maestria con cui l’opera è scritta e il rigore e la competenza con cui sono usate le fonti storiche sono assolutamente degne dell’autore de Il Nome della Rosa.
Attenzione: il punto di non ritorno, quello arrivati al quale ci si porta il fondo il libro d’un fiato, è in questo caso pericolosamente arretrato: se vi c’imbattete a tarda notte, com’è capitato a me, siete fritti.
Franco Gialdinelli



12.9.03
Consiglio inviato da Elisabetta Mori
Segnalo, per chi volesse leggere uno scrittore dallo stile raffinato e dalla scrittura ricercata ma pulita, Glenway Wescott, americano, contemporaneo di Hemingway e Scott Fitzgerald, ed in particolare il suo romanzo Appartamento ad Atene.
Pubblicato qualche mese fa da Adelphi (tradotto da Giulia Arborio Mella, dopo una prima traduzione che risale al dopoguerra a cura della Bompiani), Glenway Wescott descrive magistralmente l'umiliante stato di sottomissione di Nikolas Helianos, ex editore colto di Atene che ha perso tutto a causa della guerra, all'ufficiale della Wehrmacht che trova alloggio nella sua casa. Il modo dispotico, la pervicacia, il sottile piacere con cui il maggiore Kalter tiranneggerà tutta la famiglia Helianos, mi sono sembrati il filo conduttore di questa storia, che si snoda all'interno di un quartiere di Atene assediata dai nazisti. Esiste una precisa strategia, studiata a tavolino, della tortura psicologica ma anche materiale che Kalter riversa, giorno dopo giorno, su povere creature inermi, in definitiva per alimentare il suo odio, tutto ariano, verso il popolo greco che ritiene inetto e lontano dal fulgido avvenire del nascente impero tedesco: fino all'epilogo, che si rivelerà quanto mai assurdo e inaspettato.
Uno splendido libro da leggere e rileggere, dove Wescott mostra di conoscere l'animo umano in tutte le sue sfacettature, in una esternazione che va dal nobile sentire alla strisciante perversione.
Elisabetta Mori




7.9.03
Lettura inviata da Franco Gialdinelli
Ho amato Ken Follet come allievo del grande Forsyth; i primi romanzi, per quanto un po' meno coraggiosi e un po' più tendenti al commerciale di quelli del suo maestro, erano comunque spettacolari (La cruna dell'ago e Triplo in testa); poi si è un po' perso via.
Codice a zero, nella sua fondamentale essenzialità e semplicità, è un sicuro punto di ripresa e non è neanche troppo di cassetta. Il paragrafo iniziale di ogni capitolo, dove spiega come funzionava il missile che portò in orbita il primo satellite artificiale americano "Explorer I", è un gioiello di storia della tecnologia.
Tra l'altro il libro l'ho letto per caso: al tempo ero ancora iscritto al Club degli Editori (che se hai voglia di starci un po' dietro vale anche la pena) e dimenticai di mandare, allora già tramite Internet, l'avviso che non volevo ricevere il Libro del mese, Codice a Zero, appunto; quando il libro mi arrivò pensai di provare a leggerlo prima di mandarglielo indietro, sai mai. E adesso sta là, con la sua bella copertina rigida (uno dei motivi principali per cui sono stato iscritto al Club per 5 anni erano proprio le edizioni in copertina rigida... se poi c'era anche il segnalibro di stoffa, come nelle Metamorfosi di Ovidio o nelle raccolte di Simenon, era pura libidine!) e, guarda caso, accanto al suo maestro Forsyth; prima di lui c'è Flaubert che lo guarda un po' storto, ma si sa: i francesi sono un po' rompiballe!
:-)
Franco G.



5.9.03
Recensione inviata da AleRooTs
Giorgio Bettinelli - In Vespa da Roma a Saigon
E io che ero orgoglioso perché quest'estate mi sembrava di aver viaggiato fino a chissà dove, anche se mi ero fermato a Mosca e nulla più. E mi dicevo di essere stato anche un vero viaggiatore, perché ero riuscito a barcamenarmi tra diversi mezzi, e addirittura (!) avevo fatto un trasferimento su una corriera... A dimostrare per l'ennesima volta la relatività di qualsiasi valutazione, a smontare il mio (ingiustificato) sentirmi un po' Indiana Jones, e soprattutto a farmi sognare nuovi e affascinanti viaggi, a tutto questo è servita la lettura post-vacanziera di questo libro.
Personaggio alternativo, l'autore sta meditando il trasferimento permanente a Bali, ma lì recupera una Vespa, se ne innamora, e come folgorato decide di mettere in pratica il sogno di arrivare fino in Vietnam, solo e in Vespa, dall'Italia. Non aspettatevi divagazioni tecniche sul mezzo, totalmente assenti, e neanche i dettagli logistici-burocratici su visti, spese o quant'altro; nel caso decidiate di ripercorrere il suo itinerario, dal punto di vista pratico il libro non vi sarà di nessun aiuto; le pagine indagano invece profondamente i luoghi attraversati, come appaiono al viaggiatore, la storia che li caratterizza e le popolazioni che vi abitano. Inizialmente ero scettico sul suo scrivere, mi pareva dalle prime pagine poco fluido, ma era solo un'impressione iniziale smentita dal seguito. I capitoli scappano via veloci, e alla fine di ogni capitolo sempre mi ritrovavo a pensare "devo proprio andarci...", "quand'è che mi compro una vespa?"
Non sono così tanti i libri di viaggio in cui arrivati alla fine ci si sente come se il viaggio l'avessimo fatto noi, questo è uno di quelli, e se avete appena finito le vacanze leggerlo può essere molto pericoloso per il ritorno alla vita quotidiana... Quando si parte?
...ale...




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